Dopo l’esplosione dell’arte orafa in Età Imperiale i romani indossavano ogni tipo di gioiello ed era usuale avere addirittura frange d’oro alle sciarpe, fili aurei ricamati nei tessuti e preziose cavigliere. Più avanti l’oreficeria diventerà policroma e indirizzata anche ad un certo linearismo che apparirà sulla lamina continua o a traforo, ci saranno superfici variopinte con smalti verdi e rossi, uniti ad ambra, rubino, ametista. Resta di moda fino al III secolo d.C. l’orecchino di derivazione ellenistica costituito da un semplice anello in oro decorato da gemme con pendenti di perle, mentre le collane avvolgevano in più giri il collo ricadendo sui fianchi, infatti le lunghe collane degli '20 del Novecento sono ispirate a quelle romane. Sempre nel III secolo d.C. si denota l’uso della moneta inserita nel gioiello ed emerge una nuova tecnica famosa già in epoca bizantina l’Opus Interrasile che consiste nel lavorare la lamina d’oro a traforo per rendere la superficie simile ad un prezioso merletto. Importanti documentazioni pittoriche rivelano la continua evoluzione delle tecniche orafe nei ritratti del Fayum (I-III secolo d.C.) eseguiti a tempera su legno che immortalano personaggi greci dai raffinati ornamenti. Il vivace cromatismo suppliva alla scarsa creatività dell’artigiano e costituirà la premessa di un nuovo gusto diffuso dal Tardo Impero fino a Bisanzio e al Medioevo Europeo che vede una fiorente produzione di oggetti artistici d’oro, i cui maggiori esemplari furono prodotti dall’oreficeria bizantina, testimoniata dalle figure sontuosamente ingioiellate presenti nei mosaici di Ravenna.

bracciale bizantino

I migliori risultati in oreficeria si raggiunsero durante il periodo barbarico, nati da un compromesso tra l’arte primitiva dei barbari e le correnti classiche e bizantine: alla superficie si sostituisce la linea; famosi i reperti recuperati nelle necropoli longobarde del VII e VIII secolo a Bolsena, Nocera Umbra, Cividale come fibule, diademi, else, fibbie di cinturoni dallo stile policromo, che risale agli Unni e alle popolazioni del Mar Nero, caratterizzati dall’uso delle pietre levigate incastonate nell’oro che ricoprono quasi l’intera superficie con sottili strisce di metallo prezioso tra un castone e l’altro. Questa tecnica si diffuse in Italia e in Spagna nel V secolo tramite i Goti e verrà usata anche nei secoli successivi dai Longobardi e dai Franchi. Realizzazioni celebri di questo periodo sono la Corona Ferrea conservata nella Cappella di Teodolinda nel Museo del Duomo di Monza (VII sec.), la croce di Desiderio a Brescia (VIII-IX sec.), il Trionfo di re Agilulfo, lamina in bronzo dorato a sbalzo (VII sec.) a Firenze.

Nacque poi lo stile animalistico nel Mare del Nord e nella Scandinavia e si diffuse in Europa con manufatti tipici come fibbie e guarnizioni con figure geometriche che invadono tutta la superficie (horror vacui) con elementi zoomorfi realistici e temi geometrici ed essenziali. Più tardi lo stile animalistico subisce l’influsso bizantino e gli elementi zoomorfici diventano regolari e fluidi, poi via via sempre più stilizzati e assorbiti in inestricabili motivi a nastro, ripresi nella scultura in pietra e nei manoscritti miniati dei monasteri delle isole britanniche. Data la natura guerriera dei popoli barbari, le decorazioni auree ed argentee vennero applicate a scudi, faretre, selle, ornando mantelli con croci, motivi sbalzati con intreccio a matassa (VI – VII sec.). Altri reperti testimoniano l'alta qualità dell'oreficeria longobarda, tipica è la Croce di Agilulfo (VII sec.) o la copertura dell’Evangeliario di Teodolinda (603), conservato a Monza. Capolavoro assoluto è l’altare di Sant’ Ambrogio conservato intatto presso la Basilica di Milano, realizzato per il Vescovo Angilberto II da Vuolvinio, o la Coperta del Codice Aureo di Monaco di Baviera (870) o il Ciborio di Arnolfo dello stesso periodo conservato a Monaco, tutti decorati con uno stile immediato, linee spezzate che rifrangono la luce in modo scintillante.

evangeliario di teodolinda

Nel Medioevo si diffusero nuovi metodi di castonatura e di smaltatura, agli smalti champlevé (con alveoli scavati sulla superficie, tecnica che sottrae) si sostituiranno poi i cloisonnè (le cellette o alveoli, che ospiteranno gli smalti, creati saldando piatte strisce di metallo sulla superficie, tecnica di aggiunta) conosciuti già nell’antico Egitto. In quell'epoca era credenza comune che alcune gemme avessero poteri soprannaturali come il ciondolo di Carlo Magno, costituito da due zaffiri cabochon trasparenti tra i quali è stato posto un pezzetto della Croce di Cristo (814). Gli stessi diamanti, famosi per la loro durezza, si credeva donassero invincibilità a chi li indossasse. Nel Medioevo ebbero una grande diffusione i gioielli religiosi come i reliquiari, i medaglioni, e i paternoster, archetipi degli attuali rosari, dai grani preziosi. Le gioie di casa erano simbolo di ricchezza e la gemma-gioiello era un diritto divino dei monarchi, usata anche come finanziamento per le guerre. Il loro uso era solo da cerimonia, come i gioielli della Corona d’Inghilterra che si mostrano solo per l’apertura del Parlamento. Un’ordinanza di Luigi IX re di Francia (1214-1270) stabiliva che alle donne fosse vietato indossare un diamante, principesse e regine comprese, in quanto mettere un diamante spettava solo alla Vergine Maria, unica degna. Ma Carlo VII re di Francia (XV secolo) ruppe tale divieto regalando all’amata Agnès Sorel ogni tipo di gioiello con diamanti.